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Lavorare negli esport: opportunità nel marketing, coaching e altri settori

esport © by Photo by Clément Grandjean / CC BY-SA 4.0

Erano i tempi di Nibbler e di Donkey Kong quando i record venivano stabiliti in piedi di fronte a videogiochi grossi come armadi. Ore e ore di fronte agli schermi, con il pubblico, poco, alle nostre spalle. È la storia dei pionieri degli esport come Tim McVey che per primo riuscì a sfondare il miliardo di punti in una partita di due giorni a Nibbler. La storia appassionante di questo record è raccontata nel documentario Man vs Snake. Per questo record a McVey furono consegnate le chiavi della sua città, Ottumwa: che sta alla storia dei videogiochi come Olimpia alle Olimpiadi.

E oggi? Di sicuro le partite sono più confortevoli visto che i giocatori professionisti degli esport siedono su poltrone super ergonomiche degne di un’auto di Formula Uno.

E poi il pubblico, tantissimo, che non si affolla alle nostre spalle, ma partecipa online da ogni angolo del mondo. E infine il business, quello vero, fatto di sponsorizzazioni, stipendi e un sistema di marketing degno della grande fiera di sport più blasonati come il calcio.

Nel campo degli sport elettronici in Italia ci sono nomi entrati nella leggenda quando ancora di esport si parlava, almeno nel nostro Paese, poco o nulla. Alessandro “Stermy” Avallone campione di Quake. Oppure Mattia Guarracino sei volte campione italiano di FIFA e ingaggiato dalla Sampdoria, quella digitale ovviamente. E proprio come gli sport tradizionali, gli esport necessitano di figure professionali in grado di organizzare gli eventi e pianificare le campagne di marketing. Hanno bisogno di coach e di analisti, di commentatori e di.. ah sì dimenticavo. I giocatori!

Ad oggi in Italia esistono solo due scuole pubbliche che forniscono competenze accademiche nel settore dei videogame. La prima è l’Università degli Studi di Milano, con un corso di Online Game Design. La seconda è l’Università di Verona con il primo master in Videogame Design e Programming.

In queste scuole non si gioca, non soltanto comunque, visto che lo studente acquisisce le fondamenta in vari settori tra cui quello del marketing.

L’evento Intel Extreme Masters svoltosi lo scorso anno a Katowice in Polonia è stato il torneo di esport più visto, con oltre 45 milioni di spettatori online. Per pianificare un simile evento occorrono competenze forti nel campo del marketing e della logistica. Non ci si può improvvisare PR quando alle nostre spalle ci confrontiamo con sponsor di massimo livello come Samsung, Coca Cola e altri giganti del business.

Il coach è l’altra figura chiave nel settore degli esport. Ogni buon giocatore lo diventa grazie al sostegno e alla perseveranza di coach che lo motivano. È  lui ad individuare i punti di forza e di debolezza di ogni giocatore. Lavora fianco a fianco con il suo player per scegliere la strategia migliore e pianificare le mosse per le sfide future.

Spesso quindi la figura del coach coincide con quella dell’analista. A quest’ultimo il compito di sorbirsi ore e ore di partite degli avversari per comprendere lo stile di gioco e decidere le strategie più efficaci.

E infine i giocatori. Le figure che abbiamo descritto fino adesso hanno bisogno di tanta, tanta esperienza. Lo stesso vale per ogni bravo player.

Farsi le ossa davanti allo schermo è fondamentale, ma per essere il migliore occorrono anche altre qualità. Disciplina prima di tutto. Sapere quando è il momento di fermarsi. Giocare non basta. Occorre studiare e acquisire competenze anche nel campo della psicologia, per meglio capire il proprio avversario. Perché nel mestiere del videogiocatore professionista non ci si può improvvisare, se vogliamo ottenere dei risultati.

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