venerdì, Agosto 28, 2026
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L’IA sta distruggendo il web: a dirlo è il CEO di Cloudflare

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web distrutto

L’IA sta distruggendo il web: le dichiarazioni del CEO di Cloudflare, nel post a cura di Pop Up

C’era una volta il web, il luogo virtuale dove vivevano felici e contenti molti professionisti: editori, SEO, web designer, blogger e ogni sorta di lavoratore ad esso collegato. Poi arrivò l’Intelligenza Artificiale, e tutto questo ecosistema felice iniziò a collassare su se stesso. E la cosa più assurda è che la stessa IA rischia di distruggere sé stessa, questo perché il suo addestramento avviene utilizzando le informazioni contenute sul web stesso. Se il web smette di creare e pubblicare, questo smetterà di funzionare e con esso smetterà di esistere la stessa IA. Quindi, il web come lo conosciamo è a forte rischio. Non lo diciamo noi di Pop Up ma a dirlo è Matthew Prince, CEO di Cloudflare, una delle infrastrutture digitali più importanti al mondo.

Intervistato dal Council on Foreign Relations, Prince ha descritto con lucidità il collasso silenzioso del modello economico su cui si è costruita l’intera Internet degli ultimi 20 anni: la search economy. A riportare la notizia è stata Search Engine Land.

Dalla search economy al dominio dell’AI

Per oltre 15 anni (ma direi anche 20 e più), la ricerca organica di Google ha rappresentato la principale via d’accesso ai contenuti online. Publisher, blogger, aziende: tutti hanno costruito la propria visibilità — e il proprio business — sul traffico proveniente da Google.

Ma oggi qualcosa è cambiato. E la statistica che porta Prince in questa intervista è molto preoccupante:

“Dieci anni fa, per ogni due pagine indicizzate da Google, un utente arrivava sul tuo sito. Oggi, ne servono sei.”

Un rapporto che sta crollando a causa delle zero-click searches: query che si esauriscono direttamente nella SERP, senza che l’utente visiti alcun sito esterno.

“Oggi il 75% delle ricerche viene risolta senza cliccare su nulla.”

Un’involuzione che mina alla radice la scoperta dei contenuti online e che apre la porta al secondo grande fattore di crisi: i modelli linguistici generativi.

Quando l’intelligenza artificiale legge, ma non restituisce

L’arrivo di strumenti come ChatGPT (OpenAI) e Claude (Anthropic) ha alzato l’asticella. Questi modelli si nutrono letteralmente del web — leggendo miliardi di pagine — ma offrono ben poco in cambio.

E i numeri sono impietosi:

  • Google ha un rapporto di ritorno di 6:1 (sei pagine lette per ogni visita restituita).
  • OpenAI scende a 250:1.
  • Anthropic crolla a 6.000:1.

In pratica, un modello come Claude consuma 6.000 contenuti per ogni visita effettiva a un sito originale.

“Le risposte generate non ti portano più alla fonte. Ti portano a una sintesi — spesso anonima — di quella fonte.”

Il valore, in altre parole, viene risucchiato a monte e redistribuito altrove.

Un web che non remunera più chi crea

Se il traffico sparisce, va via anche l’incentivo a creare. Blog, giornali online, magazine, community, newsletter: tutto l’ecosistema editoriale digitale rischia il collasso.

“Se i creatori non ottengono nulla da ciò che pubblicano, smetteranno di pubblicare. E il web si spegnerà.”

Un rischio concreto, secondo Prince, che chiama in causa una questione etica e strutturale: chi dovrebbe pagare per i contenuti usati per addestrare l’intelligenza artificiale?

Sam Altman, CEO di OpenAI, sembra averlo capito. Ma non può essere l’unico.

Cloudflare nella tempesta

Cloudflare oggi alimenta l’80% delle startup AI e protegge tra il 20% e il 30% del traffico web globale. Questo la pone in una posizione unica: è contemporaneamente infrastruttura e osservatore privilegiato della crisi.

Prince conferma che l’azienda sta valutando modelli di compensazione più equi, capaci di proteggere chi genera valore attraverso i contenuti.

Nonostante tutto, Prince non si schiera contro l’AI. Anzi, ne riconosce il potenziale. Ma avverte:

“Il 99% degli investimenti attuali in AI è probabilmente denaro buttato. Ma quell’1% che funzionerà sarà rivoluzionario.”

Una corsa all’oro digitale, dove però il vero valore rischia di perdersi tra hype, modelli inefficienti e mancanza di equilibrio tra utilizzo e creazione.

Conclusioni

Il monito di Prince è chiaro e urgente. L’intelligenza artificiale può arricchire l’ecosistema digitale, ma non può farlo cannibalizzando chi crea contenuti.

Serve un nuovo patto tra chi produce valore e chi lo trasforma, in grado di garantire sostenibilità, equità e trasparenza.

Se non verrà trovato, rischiamo un futuro in cui la creatività umana sarà solo un addestramento gratuito per macchine che non restituiscono nulla.