giovedì, Ottobre 15, 2026
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Wardrobing, quando il reso online è fraudolento: scopriamo questo fenomeno

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Wardrobing

Il comportamento dei consumatori definito con il termine inglese wardrobing potrebbe essere considerato buffo, oltre che poco etico, eppure esso è talmente diffuso da divenire una minaccia significativa per il business delle aziende del settore fashion che vendono online.

Si acquistano capi griffati, si indossano e si restituiscono. Ecco il Wardrobing

Sappiamo bene che oggi i capi d’abbigliamento dei brand più blasonati possono essere acquistati online con un semplice click e con tutta la comodità della consegna a domicilio, è sufficiente dare un’occhiata ad e-commerce come www.needstore.it per rendersi subito conto di quanto sia vasta e variegata la disponibilità di abiti ed accessori griffati, e ciò non può che essere positivo per i consumatori.

Non mancano, però, gli acquirenti “furbi”: approfittando della possibilità di restituire la merce senza costi, infatti, essi ordinano dei capi griffati per indossarli una sola volta, o comunque un numero esiguo di volte, per poi effettuare il reso ed ottenere un rimborso.

Questo comportamento grottesco non può essere propriamente definito un illecito, ma è chiaramente un’azione poco etica destinata ad avere un impatto sul business delle aziende che operano tramite e-commerce.

C’è da dire che, con ogni probabilità, oggi la tendenza a compiere azioni simili è accentuata dal mondo dei social network: tantissime persone, infatti, colgono l’occasione per sfoggiare un outfit “da urlo” giusto per il tempo di scattare una fotografia, per poi restituire il tutto e non dover sborsare un solo euro.

Quanto è diffuso il wardrobing? Alcuni dati allarmanti

Come si diceva, il wardrobing è un fenomeno diffuso, probabilmente ben più di quanto si possa credere: gli studi compiuti a livello mondiale sono diversi, e tutti evidenziano una tendenza decisamente comune a compiere questo tipo di pratica.

Una delle ricerche più autorevoli è senz’altro quella compiuta nel 2024 dalla società statunitense Optoro, specializzata nella gestione di resi e residui di inventario, secondo la quale ben il 69% dei consumatori si renderebbe protagonista di azioni simili; ben il 64% di essi, peraltro, lo farebbe almeno una volta al mese.

Tutto ciò, ovviamente, ha dei risvolti estremamente negativi per le aziende del settore, le quali devono farsi carico delle spedizioni relative a tali resi fraudolenti, senza trascurare l’aggravio del lavoro necessario per gestire la logistica.

Difendersi dai resi fraudolenti: le soluzioni più diffuse

Come si diceva, dunque, comportamenti come questi possono far ridere, ma non sortiscono certamente il medesimo effetto sulle aziende, che si ritrovano a dover sostenere dei costi estremamente pesanti senza che il proprio business ne tragga alcun beneficio.

Numerose realtà dell’e-commerce fashion, dunque, stanno adottando delle misure specifiche, vediamo dunque quali sono le più diffuse.

Anzitutto, diverse aziende stanno rivedendo le proprie politiche di reso: piuttosto che offrire un reso gratuito a tutti i consumatori, infatti, introducono delle limitazioni, come la previsione di costi a carico del cliente a partire dal secondo reso richiesto.

Le realtà più evolute, inoltre, si stanno avvalendo del prezioso supporto di strumenti di Business Intelligence: specifici software, infatti, sono in grado di rilevare i comportamenti potenzialmente fraudolenti, consentendo così all’azienda di intraprendere per tempo le dovute contromisure.

Un’altra soluzione ricorrente è l’applicazione, sui capi, di etichette rigide e molto vistose, per via delle quali un capo può essere indossato e sfoggiato solo a seguito della loro rimozione.

Al di là di tali misure, sarebbe certamente opportuno che i consumatori evitassero questi comportamenti che vanno inevitabilmente a ledere non solo le aziende da cui acquistano, ma anche i consumatori onesti, i quali andranno verosimilmente incontro a maggiori difficoltà nell’effettuazione di resi realmente necessari.