La campagna pubblicitaria Pepsi scatena l'opinione pubblica

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La campagna pubblicitaria Pepsi scatena l’opinione pubblica

© by Marketing Week

Campagna pubblicitaria Pepsi con Kendall Jenner

Sei una delle multinazionali più famose e di successo del mondo, devi lanciare la nuova ad per promuovere i tuoi soliti prodotti e decidi di andare sul sicuro, scegliendo come testimonial la super modella più famosa, amata e apprezzata del momento: Kendall Jenner. Niente di più “safety” per Pepsi. Ed invece no..neanche 24 ore dopo il lancio della campagna pubblicitaria Pepsi con Kendall Jenner, il brand si è visto recapitare direttamente in faccia un bel boomerang di proteste derivanti dai social media tanto da doversi scusare per quanto successo.

 

La tempesta per la campagna pubblicitaria Pepsi con Kendall Jenner 

Giusto per fornirvi qualche numero su quanto accaduto, vi diciamo che dal 3 Aprile, giorno del lancio, secondo l’agenzia Meltwater ci sono stati ben 124.598 social media posts e fin qui poco male, il problema è che il  45% (47,202) di questi post sono stati totalmente negativi e solo il 27% (28,871) positivi. Quando si suol dire il bello degli strumenti che studiano il sentiment del pubblico. Ma non ci fermiamo in superficie. Pepsi è stato anche il tema più cliccato a livello globale su Twitter per oltre 24 ore, su YouTube poi  l’annuncio ha avuto più di 15.000 dislike ed appena 3.000 like.

Bene ma ora la domanda è: in cosa è sbagliata la campagna pubblicitaria Pepsi?? 

Bhe si da il caso che la fantastica storia raccontata, rievochi in maniera abbastanza spaventosa la manifestazione del movimento internazionale Black Lives Matter (BLM), che, fondato dalle comunità Afro-Americane, si pone l’obiettivo di combattere la violenza razzista nei confronti delle persone di colore. In modo particolare la camminata pacifica che si conclude di fronte ai poliziotti è la riproposizione di ciò che ha fatto Leshia Evans, ragazza che, dopo il gesto considerato, supponiamo “oltraggioso” è stata arrestata dopo essere stata gettata a terra con forza per aver avuto il coraggio di camminare verso gli ufficiali statunitensi.

La seconda domanda quindi ora è: se gli avesse offerto la Pepsi le cose sarebbero andate diversamente?

Al di la della “sfortuna” di aver prodotto una campagna che rievoca alla perfezione un avvenimento abbastanza increscioso per non dire (lo diciamo) vergognoso, il punto è che l’opinione pubblica non ha accettato di buon grado che una multinazionale abbia trattato un tema cosi delicato quasi “insultando” quanto fatto dal movimento antirazzista, ponendo come personaggio dello spot una donna che, ovviamente non per sue colpe, non ha nulla a che fare con la lotta al razzismo e che infatti viene accolta molto diversamente dai poliziotti rispetto alla sua copia reale Leshia.

la campagna con Kendall Jenner firmata pepsi

 

La pronta risposta del brand, come riporta MarketingWeek  è stata questa:

“Si tratta di un annuncio globale che racconta di persone provenienti da diversi percorsi di vita che si uniscono in uno spirito di armonia e pensiamo che questo sia un messaggio positivo ed importante da trasmettere. Abbiamo cercato di proiettare un messaggio globale di unità, pace e comprensione, ma chiaramente abbiamo perso il segno e ci scusiamo. Non abbiamo intenzione di fare luce su qualsiasi questione seria. Ad ogni modo stiamo rimuovendo i contenuti. Ci scusiamo anche per aver messo Kendall Jenner in questa posizione scomoda.”

Edward Boches, Professore di Pubblicità presso la Boston University, intervistato da AdWeek,  ha descritto in questi termini la campagna con Kendall Jenner firmata Pepsi:

“Non mostra consapevolezza e conoscenza della mentalità dei manifestanti. Appare completamente disonesta e artificiosa. La campagna è stata chiaramente pensata da persone che non hanno frequentato una protesta o speso tempo per le strade, che non hanno alcuna comprensione della rabbia repressa di chi partecipa a questa protesta prova “.

Non ci va giù leggero nemmeno Eric Thomas, senior partner e brand specialist alla Saga MKTG:
 
“Questo è ciò che accade quando non si hanno abbastanza persone con una vera leadership a riflettere la cultura che il brand rappresenta. Come farsi odiare dai Millennials insomma. Da qualche parte, negli uffici superiori di Pepsi dov’ è stato approvato questo spot, è successa una di queste due cose: o non c’è abbastanza diversità di razza, sesso, stile di vita, di età o peggio ancora, c’è una cultura per cui le persone hanno avuto paura di esprimere quanto offensivo fosse il video.”
 
 
Com’è nel nostro stile, non vogliamo influenzarvi esprimendo il nostro giudizio in merito, per cui lasciamo a voi libera interpretazione della vicenda con una sola massima che non smetteremo mai di ripetervi: i social network hanno il potere di trasformare una piccola gaffe in qualcosa di enorme e potenzialmente indistruttibile: dal momento che oggi viviamo letteralmente sui social media, tutti siamo costretti ad alzare le difese e a renderci conto di cosa stiamo facendo prima che sia troppo tardi.
 

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